Più libri, più tessere: se la cultura esige il visto di conformità
Alla fiera della piccola e media editoria di Roma scatta l'obbligo di autocertificazione antifascista per gli espositori. Un filtro digitale che blocca le iscrizioni e accende il dibattito sulla libertà d'espressione. Quando il controllo burocratico rischia di soffocare il pluralismo.
Benvenuti a "Più libri, più tessere". O forse, guardando ai fatti, dovremmo chiamarla "Più libri, più filtri"?
Il nuovo algoritmo della conformità
Per partecipare alla 25esima edizione della Fiera della piccola e media editoria a Roma, gli editori non dovranno solo portare buoni cataloghi e proposte innovative. Quest'anno il sistema richiede un passaggio preventivo: la sottoscrizione obbligatoria di un'autocertificazione di antifascismo.
Si tratta di un vero e proprio "patentino ideologico" in formato digitale. Il meccanismo è rigido: senza quel click di conformità flaggato sulla piattaforma online, il sistema informatico blocca la procedura, impedendo di fatto l'iscrizione e l'assegnazione dello spazio espositivo.
Il paradosso della libertà vigilata
Il contrasto tra le intenzioni dichiarate e l'atto pratico emerge con una forza intellettuale disarmante. La giustificazione ufficiale poggia sulla difesa dei valori democratici e costituzionali, ma per tutelare la libertà si sceglie di introdurre un meccanismo di sottomissione burocratica che evoca dinamiche storiche che si vorrebbero superare.
- Il precedente storico: Un tempo era necessaria la tessera del Partito per poter lavorare, insegnare e scrivere pubblicamente.
- La realtà odierna: Oggi si richiede un visto digitale preventivo per poter esporre i propri volumi in una fiera pubblica.
- La continuità del metodo: Cambiano le epoche e gli strumenti tecnologici, ma il vizio di voler controllare preventivamente il pensiero altrui rimane una costante.
Chi decide il perimetro del dibattito?
La manifestazione porta da sempre il nome di "Più libri più liberi", ma la libertà applicata rischia di rivelarsi un concetto a geometrie variabili. Per una parte del mondo culturale, lo spazio del pluralismo sembra legittimo solo se confinato entro i limiti del proprio salotto ideale.
Escludere visioni del mondo sgradite o non allineate attraverso un filtro informatico preventivo non è un atto di difesa culturale, bensì una manifestazione di paura del confronto. La vera forza della cultura risiede nella capacità di accogliere la complessità e la diversità delle tesi, non nella loro selezione a monte.
Le conseguenze per l'editoria indipendente
L'introduzione di simili vincoli burocratici colpisce in particolare la piccola e media editoria, che per definizione dovrebbe rappresentare la voce più libera, fuori dal coro e frammentata del panorama letterario nazionale.
- Soffocamento del dissenso: Chi non si riconosce nelle formule burocratiche imposte viene automaticamente escluso dal dibattito.
- Omologazione dell'offerta: Il rischio reale è la creazione di una vetrina monocromatica, dove l'esplorazione di temi non convenzionali viene scoraggiata alla radice.
- Danno al pubblico: I lettori vengono privati della possibilità di valutare, criticare e scegliere in autonomia, sostituiti da un filtro d'accesso istituzionale.
Se per vendere, divulgare e fare cultura diventa necessario un visto di conformità ideologica, l'intero sistema culturale subisce una sconfitta. In questo scenario, la parola "liberi" inserita nel nome della fiera rischia di svuotarsi di significato, trasformandosi in una pura operazione di marketing.