L’invidia di chi ha avuto l’ascensore contro il merito di chi ha scalato la montagna
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L’invidia di chi ha avuto l’ascensore contro il merito di chi ha scalato la montagna

Le recenti uscite di Giovanna Botteri su Jannik Sinner rivelano il doppio standard della morale italiana. Tra privilegi di carriera, ignoranza sui costi aziendali dello sport di vertice e un indotto miliardario per l'Italia, ecco perché l'attacco al campione azzurro è solo demagogia.


C’è una sottile ironia quando chi ha trascorso una vita all’interno del perimetro protetto del servizio pubblico sente il bisogno di salire in cattedra e fare la morale a chi ha conquistato il mondo con la sola forza delle proprie braccia.

Le recenti uscite di Giovanna Botteri su Jannik Sinner — tra il "rosicamento" esplicito per la residenza a Monte Carlo e la retorica moraleggiante sui troppi milioni accumulati da un ragazzo poco più che ventenne — non sono soltanto una caduta di stile: sono la fotografia perfetta di una certa mentalità italiana.

Il privilegio del cognome vs la solitudine del merito

Prima di giudicare la moralità fiscale e le scelte personali del numero uno del tennis mondiale, forse servirebbe un pizzico di memoria e di autocritica. Per Giovanna Botteri la strada per l’informazione di Stato non è stata esattamente un’impervia mulattiera: muovere i primi passi nella redazione RAI di Trieste mentre il padre, Guido Botteri, ne ricopriva il ruolo di direttore, offre indubbiamente una prospettiva privilegiata sul concetto di "opportunità".

Quando si nasce e si cresce in contesti dove le porte si aprono con la spinta di un cognome o di una certezza aziendale, è facile dimenticare cosa significhi conquistarsi ogni singolo centimetro senza alcuna rete di salvataggio. Sinner non ha avuto padri direttori a spianargli il cammino; ha dovuto sfondare le porte del tennis mondiale a suon di sacrifici, rinunce infantili, migliaia di ore di sudore e un’ossessione quotidiana per il miglioramento.

Un’azienda da 4 milioni contro la cultura del calciatore dipendente

La critica sui "troppi milioni" svela inoltre una profonda e superficiale ignoranza della struttura economica dello sport di vertice.

Mentre un calciatore di Serie A — pur percependo ingaggi milionari — vive nella comoda ovatta di un contratto da dipendente, dove la società paga lo staff, i viaggi, i medici, la logistica e persino i ritiri, lasciando all'atleta il solo pensiero di spendere i propri soldi, un tennista come Sinner è a tutti gli effetti il CEO di se stesso.

Per rimanere ai vertici del pianeta, Sinner deve finanziare ogni anno una vera e propria impresa da oltre 4 milioni di euro:

  • Stipendi e bonus per un team di super-coach, preparatori, fisioterapisti e psicologi.
  • Trasferte intercontinentali per sé e la sua squadra per 10 mesi all'anno.
  • Strutture, campi e risorse per l'allenamento.

Nessuno copre le sue perdite se si infortuna o se perde al primo turno. Il tennista rischia il proprio capitale privato giorno dopo giorno.

L’indotto che cambia la nazione

Guardare solo il conto corrente di Sinner per farne un bersaglio morale significa essere ciechi di fronte all'impatto reale che il campione sta generando per l'Italia.

Grazie all'effetto traino di Jannik, la Federazione Italiana Tennis ha registrato ricavi ed entrate da capogiro, superando sui numeri la stasi del calcio nazionale. L'indotto economico generato da eventi come le ATP Finals di Torino o gli Internazionali di Roma muove centinaia di milioni di euro, riempiendo alberghi, creando posti di lavoro e versando — direttamente allo Stato italiano — decine di milioni di euro in tasse su biglietti, turismo e indotto commerciale.

La doppia morale dei riflettori

Ciò che rende la sparata della Botteri ancora più fragile e pretestuosa è il palese doppio standard applicato al mondo dello sport. La caccia al mostro sembra scattare soltanto quando un atleta raggiunge la cima assoluta e finisce sulle prime pagine dei giornali generali.

Dove sono state, in tutti questi anni, le sue invettive morali contro la lunghissima lista di sportivi italiani che hanno fatto la medesima scelta? Nessuna riga e nessun commento sulle residenze fiscali a San Marino di giovanissimi talenti del motorsport come Kimi Antonelli — che pur guadagna cifre incredibili senza dover sostenere i rischi e i costi "aziendali" di un tennista —, né sulle scelte di generazioni di piloti, ciclisti o golfisti che da decenni fissano il proprio domicilio all'estero per motivi logistici e fiscali. Per loro il silenzio è stato assordante.

Un attacco per uscire dall'ombra

Attaccare il fenomeno del momento diventa così il modo più rapido per conquistare un titolo di giornale o un minuto di visibilità. Quando cala la coltre di nebbia sul proprio percorso professionale e la rilevanza mediatica inizia a svanire, la tentazione tipica di un certo moralismo ideologico di sinistra di trasformare il "rosicamento" in una lezioncina d'etica diventa irresistibile.

La realtà è che la giornalista ha dimostrato tutta la propria pochezza intellettuale: attaccare la ricchezza guadagnata con il merito altrui per fare un po' di demagogia a buon mercato. Prima di impartire lezioni di patriottismo dal proprio pulpito, sarebbe servita la maturità di capire quando stare zitti. Ma forse, nell'era del "purché se ne parli", anche la figura di un gigante dello sport mondiale può diventare un comodo pretesto per guadagnare un'ultima comparsata.