Guerra in Ucraina: tra dati storici, errori strategici e costi europei
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Guerra in Ucraina: tra dati storici, errori strategici e costi europei

Un'analisi della crisi ucraina basata su dati ufficiali e fatti storici. Dal ruolo del Donbass e della NATO alle conseguenze economiche per l'Europa, emerge un quadro complesso che supera la contrapposizione manichea per mostrare le responsabilità dei vari attori coinvolti.Guerra in Ucraina: Tra Dati Reali, Errori Politici e le Colpe di Tutt


Spesso nei telegiornali la guerra viene raccontata in modo bianco o nero, ponendo da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. Se però si analizzano con attenzione i dati ufficiali, i fatti storici e le decisioni prese dai vari Paesi nel corso degli anni, si scopre che questa tragedia è in realtà il risultato di errori, interessi economici e calcoli cinici effettuati da tutti i soggetti coinvolti.


Per comprendere come si è arrivati al conflitto del 2022, occorre fare un passo indietro e guardare a quanto accaduto nel Donbass dal 2014 al 2021. Una delle motivazioni principali usate dalla Russia per giustificare l'invasione è stata la presunta necessità di fermare un genocidio e difendere la popolazione di lingua russa. I dati raccolti dalle Nazioni Unite e dall'OSCE, l'organizzazione internazionale per la sicurezza in Europa, mostrano tuttavia un quadro diverso. In quegli otto anni di guerra d'attrito sono morte circa quattordicimila persone, la maggior parte delle quali erano soldati. I civili uccisi sono stati circa tremilaquattrocento, ma oltre l'ottanta per cento di queste morti si è concentrato nei primi due anni di scontro aperto, ovvero il 2014 e il 2015.


Negli anni successivi i combattimenti sono diminuiti drasticamente, tanto che nel 2021 l'ONU ha registrato venticinque vittime civili in tutto l'anno, quasi tutte causate dall'esplosione accidentale di vecchie mine. A conferma di ciò, tra gli osservatori ufficiali dell'OSCE inviati sul campo erano presenti anche funzionari russi, i quali nei loro rapporti periodici hanno sempre descritto un conflitto congelato a bassa intensità, senza mai documentare l'esistenza di uno sterminio sistematico.


Ciò non toglie che la situazione nel Donbass sia stata lasciata marcire per otto anni per mera convenienza politica. Gli Accordi di pace di Minsk, firmati nel 2014 e nel 2015 con la mediazione di Francia e Germania, prevedevano di fermare i combattimenti, concedere maggiore autonomia alle regioni del Donbass e restituire all'Ucraina il controllo dei propri confini. Tuttavia, nessuna delle parti in causa ha voluto davvero applicarli.


L'Ucraina temeva che concedere l'autonomia al Donbass avrebbe permesso a Mosca di influenzare direttamente le decisioni del parlamento di Kyiv. La Russia, dal canto suo, ha sfruttato quella regione per anni come un'arma di ricatto per indebolire le istituzioni ucraine. Nel frattempo, l'Unione Europea ha preferito girarsi dall'altra parte, continuando ad aumentare la propria dipendenza dal gas russo e approvando persino la costruzione di nuovi gasdotti come il Nord Stream 2 nel 2018.


Anche la storia politica dell'Ucraina viene spesso raccontata in modo distorto. Durante la rivolta di piazza del 2014, nota come EuroMaidan, il presidente filorusso Janukovyč venne rimosso dall'incarico: per la Russia si trattò di un colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti, mentre per la popolazione scesa in piazza si trattò di una rivoluzione popolare contro un leader corrotto. In ogni caso, la leadership ucraina attuale non deriva direttamente da quegli eventi. Nel 2019 si sono tenute elezioni presidenziali democratiche e regolari, vinte da Volodymyr Zelensky con oltre il settantatré per cento dei voti. È importante ricordare che Zelensky non venne eletto come un politico ostile alla Russia o caldeggiato dai falchi occidentali, ma come un candidato moderato che prometteva di sradicare la corruzione e soprattutto di trovare un accordo di pace con Mosca attraverso la diplomazia.


Nello scenario che ha portato alla guerra, un ruolo determinante è stato giocato anche dalla NATO e dagli Stati Uniti, che spesso hanno utilizzato due pesi e due misure. Già nel 2008 la NATO promosse l'ingresso futuro dell'Ucraina nell'alleanza militare, senza però fornirle alcuna reale protezione o garanzia di sicurezza. Questa mossa ha provocato la reazione della Russia senza offrire alcuna difesa a Kyiv, lasciando il Paese esposto. Inoltre, la storia recente mostra come l'Occidente abbia più volte scavalcato le regole internazionali. Nel 1999, ad esempio, la NATO bombardò la Jugoslavia per fermare la crisi nel Kosovo senza alcuna autorizzazione da parte dell'ONU. Quell'intervento, giustificato dall'Occidente come un'azione d'emergenza per motivi umanitari, ha creato un precedente pericolosissimo che la Russia oggi riutilizza come scusa per giustificare le proprie invasioni, sostenendo che se l'Occidente può scavalcare le leggi internazionali quando lo ritiene opportuno, allora può farlo anche Mosca.


Le preoccupazioni dei Paesi europei verso la Russia non nascono comunque da una semplice psicosi guidata dagli americani, ma da paure geografiche e storiche concrete. Se in Europa passa il principio per cui una grande potenza può invadere un vicino più debole e cambiarne i confini con la forza, l'intera stabilità del continente rischia di crollare. Per nazioni come la Polonia, la Finlandia o le Repubbliche Baltiche, che hanno vissuto per quasi un secolo sotto il controllo sovietico, la minaccia di Mosca non è una teoria astratta, ma un ricordo storico ben presente.


Se però si allarga lo sguardo al di fuori del blocco occidentale, la percezione del conflitto cambia notevolmente. Gran parte della popolazione mondiale vive in Paesi come India, Brasile, Sudafrica o Cina, le cui nazioni si sono rifiutate di applicare le sanzioni contro la Russia. Da queste aree del mondo si solleva una forte accusa di ipocrisia verso l'Occidente: molti si chiedono infatti per quale motivo quando gli Stati Uniti hanno invaso l'Iraq nel 2003 senza l'autorizzazione dell'ONU non siano state applicate sanzioni o isolamenti economici a Washington, mentre per le azioni della Russia si pretenda una condanna globale.


A completare questo quadro si inserisce un nodo fondamentale di natura economica, legato al modo in cui vengono finanziati gli aiuti militari e alle profonde differenze tra il ruolo degli Stati Uniti e quello dell'Europa. Quando il governo americano stanzia decine di miliardi di dollari per sostenere l'Ucraina, quei soldi non lasciano quasi mai il territorio statunitense. Washington usa infatti quei fondi per pagare le proprie fabbriche di armi e produrre nuovi armamenti per il proprio esercito, sostituendo il materiale vecchio inviato a Kyiv. In questo modo, l'aiuto all'Ucraina si trasforma negli Stati Uniti in un enorme piano di incentivi per l'industria interna, che crea posti di lavoro e genera tasse che rientrano nelle casse dello Stato americano.


Per i Paesi europei il meccanismo funziona in modo del tutto opposto. L'Europa fornisce all'Ucraina aiuti finanziari a fondo perduto per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, le pensioni e il funzionamento degli ospedali, prelevando queste risorse direttamente dalle tasse dei propri cittadini. Inoltre, non disponendo di una produzione militare sufficiente, gli Stati europei usano il proprio denaro per comprare armi sul mercato estero, spesso acquistandole proprio dalle aziende americane. A questo si aggiunge la perdita del gas russo a basso costo, che ha costretto l'Europa a comprare gas liquefatto americano a prezzi decisamente più alti. Il risultato è che l'impatto economico della guerra pesa quasi interamente sulle spalle dei cittadini europei, con fondi inviati a fondo perduto che non rientreranno mai nei bilanci dei Paesi UE.


In conclusione, analizzando tutti questi elementi si comprende come la guerra in Ucraina non sia stato un incidente capitato per caso, ma l'esito di una scelta cercata e voluta da tre attori differenti. È stata voluta dalla Russia, che ha scelto la violenza militare per imporre la propria volontà e ridefinire la mappa europea. È stata voluta dagli Stati Uniti, che hanno evitato di percorrere la strada del compromesso vedendo nel conflitto l'opportunità di compattare gli alleati e logorare l'economia e l'esercito di un rivale storico senza inviare soldati americani a combattere. Ed è stata voluta, infine, dalla leadership ucraina, che ha preferito rischiare lo scontro aperto pur di recidere definitivamente i legami con Mosca e legare il proprio futuro al blocco occidentale.