Sotto di un voto dopo quattro anni e le lezioni di dignità della minoranza
Il primo inciampo parlamentare della maggioranza Meloni sulla riforma elettorale scatena le ire di Conte e Renzi, che invocano le dimissioni del governo. Una richiesta che si scontra però con la memoria storica delle turbolente legislature guidate in passato dagli stessi attuali leader dell'opposizione.
Se la politica italiana fosse un’opera teatrale, il dramma andato in scena alla Camera il 14 e 15 luglio 2026 meriterebbe una standing ovation per il livello di finzione scenica. La maggioranza di centrodestra è andata sotto alla Camera per un solo voto (187 contrari contro 188 favorevoli) in uno scrutinio segreto sulle preferenze per la riforma elettorale (Stabilicum), spingendo le opposizioni a chiedere immediate dimissioni. Un attacco politico che si scontra tuttavia con una memoria storica che sembra avere la durata di uno "swipe" sui social.
Il contrasto: Quattro anni di stabilità senza precedenti
Per capire la portata reale dell'incidente parlamentare, è fondamentale ristabilire le proporzioni temporali e numeriche:
- Quattro anni di tenuta: Dal suo insediamento nell'ottobre 2022 a oggi, nel luglio 2026, l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni si è dimostrato uno dei più stabili e duraturi della storia repubblicana recente.
- La prima vera caduta: La sconfitta sulle preferenze rappresenta il primo incidente di rilievo in cui la maggioranza perde un voto cruciale in Aula, e lo fa per un solo voto di scarto.
- Il giorno dopo: Meno di 24 ore dopo l'incidente, la stessa coalizione ha approvato l'Articolo 1 dello Stabilicum con ben 208 voti favorevoli, dimostrando che i numeri per governare ci sono ancora tutti.
Eppure, per Giuseppe Conte e Matteo Renzi, questo singolo scivolone equivale al capolinea del governo. Ma cosa succedeva quando a Palazzo Chigi c'erano loro?
Giuseppe Conte: Quando la "dignità" valeva un voto a perdere
Sentire Giuseppe Conte invocare la "dignità politica" e le dimissioni della Premier fa riflettere chiunque ricordi la navigazione tormentata dei suoi due esecutivi tra il 2018 e il 2021.
"Se Meloni ha dignità deve salire al Colle e dimettersi" — Giuseppe Conte
Peccato che, quando sedeva lui a Palazzo Chigi, la realtà fosse ben diversa:
- Il Governo Conte I e la spaccatura sulla TAV: Nel 2019, sul tema strategico della Torino-Lione, il Movimento 5 Stelle votò contro l'opera e la Lega (allora alleata) votò a favore. Una spaccatura totale su una legge cruciale. Eppure, Conte non parlò di dimissioni e andò avanti per settimane.
- Il Governo Conte II e la caccia ai "Responsabili": Nel Senato del 2020-2021, la maggioranza giallorossa andava sotto continuamente su decreti sicurezza e norme economiche. Quando Italia Viva ritirò il sostegno, Conte non corse al Quirinale. Aprì invece una caccia parlamentare ai cosiddetti costruttori o responsabili (singoli senatori disposti a sostenere il governo per salvarne la sopravvivenza), cedendo le armi solo quando la matematica d'Aula lo condannò definitivamente.
Matteo Renzi: Il maestro delle fiducie e delle promesse mankate
Non da meno è Matteo Renzi, oggi in prima linea nel chiedere che il governo prenda atto di non avere più una maggioranza. Durante i suoi mille giorni di governo (2014-2016), l'allora segretario del PD affrontò una guerriglia parlamentare quotidiana scatenata dalla minoranza interna del suo stesso partito:
- Le imboscate sull'Italicum: Sulla sua riforma elettorale e costituzionale, Renzi andò sotto svariate volte a causa dei franchi tiratori del PD. Come risolse la questione? Non certo dimettendosi. Blindò i testi imponendo decine di voti di fiducia, azzerando il dibattito e costringendo i dissidenti ad allinearsi.
- La promessa del referendum: Renzi è il leader che aveva legato il suo intero destino politico al referendum costituzionale del 2016, promettendo di lasciare la politica in caso di sconfitta. Il referendum fu bocciato, lui si dimise da Premier ma è rimasto saldamente in Parlamento, fondando un nuovo partito e continuando a determinare la nascita e la caduta dei governi successivi.
La morale del teatrino
La verità che emerge da queste giornate parlamentari è vecchia quanto la Repubblica: la coerenza, in politica, è un lusso che nessuno sembra potersi permettere quando siede sui banchi dell'opposizione.
Gridare alle dimissioni per una sconfitta di misura su un singolo emendamento, dopo aver guidato governi aggrappati al millimetro a voti di scambio e fiducie ripetute, fa parte di quel gioco delle parti in cui la memoria degli elettori viene considerata, a torto o a ragione, cortissima.